Online il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014 – Intervista a Stefano Laffi

 

Dal Fare al Dire. Educazione per l’era solare
Colloqui di Dobbiaco 2014
Dal 3 al 5 ottobre

È online il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014, che quest’anno hanno al centro il tema dell’imparare per l’era solare. Vi proponiamo di seguito un’intervista a Stefano Laffi, a cura di Karl-Ludwig Schibel, sul grande esilio in cui si trovano i giovani nella società italiana contemporanea. Dovrebbero invece essere loro, ragiona Laffi nel suo ultimo libro “La congiura contro i giovani”, i protagonisti della trasformazione in atto sulla base di un nuovo patto tra le generazioni. Come si può fare a cambiare veramente le cose? Quali passi si potrebbero compiere verso una società che concede la piena cittadinanza ai suoi giovani?
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La congiura contro i giovani.

Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni

Intervista a Stefano Laffi*
di Karl-Ludwig Schibel

Il suo libro dal titolo provocatorio: “La congiura contro i giovani” vede il conflitto tra le generazioni, o meglio l’esclusione sociale ed economica dei giovani, come la contraddizione centrale della nostra società. Perché? Non è forse che il dominio dei vecchi sui giovani è una costante antropologica che accompagna tutta la storia della specie?
Probabilmente è vero che non sia una novità in senso stretto assistere al fatto che il potere, la forza e la partecipazione nella società, nelle istituzioni e nell’economia crescono in maniera proporzionale al crescere dell’età. In parte questa è sempre stata una costante. Mi sembra però che la cosa più grave sia il fatto che oggi non c’è una distribuzione proporzionale ma una vera e propria esclusione dei più giovani a completo beneficio degli adulti.

Quindi si può dire che non si tratti di un fenomeno incrementale quanto piuttosto di una dicotomia…
Esattamente e questo oggi è particolarmente grave, oltre che miope, proprio perché in una fase storica di cambiamento come la nostra è probabile che siano proprio i più giovani ad avere capacità di acquisire le competenze e le abilità e di stare al passo con le sollecitazioni anche legate alle nuove tecnologie. Quindi paradossalmente dovrebbero essere proprio loro a guidare alcuni tipi di processi.

Lei nel suo libro porta l’esempio di mestieri come il magistrato o il chirurgo che con gli anni permettono di accumulare esperienze in grado di qualificare meglio chi li svolge quando si raggiungono i quaranta o cinquanta anni di età piuttosto che a trenta e trentacinque anni, mentre questo non è il caso per la maggior parte delle professioni oggi dove i giovani forse sono più capaci di svolgere un ruolo maggiormente produttivo. È proprio così?
Sì è così. Tant’è vero che alcune aziende hanno già adottato il “reverse mentoring”. Cioè i giovani neoassunti nelle aziende o nelle istituzioni insegnano agli interni “cosa sta succedendo fuori”, nella società viva e nei processi sociali in corso – anche per  quanto riguarda le opportunità offerte dalle nuove tecnologie –. E questo perché la routine lavorativa riduce la visione e non allena tutte le competenze, quindi inibisce in qualche modo la capacità di stare al passo coi tempi. Perciò quella distribuzione del potere dicotomica, di cui parlavamo prima, stride rispetto a un’inversione dei saperi che si sta generando e che richiederebbe esattamente il contrario, cioè che ai giovani si affidasse un ruolo decisamente più attivo. D’altra parte nella storia del 900 la maggior parte delle scoperte scientifiche sono state fatte da ragazzi fra i venti e trenta anni di età.

Perché lei parla di congiura? Sembra dare una qualità intenzionale a un processo che in gran parte non è consapevole agli attori.
Congiura perché questo processo intanto parte dalla nascita dell’individuo, l’esilio dalla possibilità di incidere nei confronti del mondo in cui si nasce e si cresce avviene da subito. Genitori, educatori, specialisti e adulti significativi agiscono questo esilio attraverso dispositivi di normalizzazione, di patologizzazione oppure di ipercontrollo e iperprevenzione. Forse anche in buona fede, ma certo tutto questo porta ad una conservazione della situazione e ad una concentrazione del potere negli adulti. Non è tanto una congiura dei genitori nei confronti dei figli quanto piuttosto dei sistemi di potere, quindi delle istituzioni e dell’economia, tale da ingessare i ruoli rispetto all’età.

Infatti lei ha scelto come titolo del primo capitolo “Nascere in una società assurda”, riferendosi al famoso libro di Paul Goodman “Growing up absurd” del 1960. Goodman considerava i giovani le prime vittime di un sistema sociale ed economico repressivo, ma vedeva in loro stessi il potenziale di resistenza all’ingiustizia di tale sistema. È ancora diventata più assurda la nostra società da quando Goodman scrisse il suo libro? E chi sarà l’attore in grado di cambiarla oggi?
Questa società è forse più assurda rispetto alla miopia, di cui parlavamo prima. Ma non lo è tanto in una chiave repressiva, come forse era allora. Anzi è difficile dire oggi che i giovani non abbiano la possibilità di esordire nel cinema, nella musica o nella letteratura oppure di esprimere diritti che prima venivano negati loro. L’assurdità semmai oggi è che queste occasioni espressive di protagonismo si trovano solo all’interno di un meccanismo di spettacolo e di finzione che non incide minimamente nei meccanismi di potere o sulla condizione della maggior parte di loro. In sostanza il sistema di opportunità attuale non dà nessuna possibilità ai giovani di realizzare quello che chiedono di più, cioè trasformare la realtà in cui sono, e lascia in loro un gran senso di vuoto, di inutilità personale, perché i giovani non sono previsti. L’assurdo attuale è questo grande esilio dei giovani ai quali non viene offerta l’opportunità di agire come cittadini. Queste generazioni non hanno perso la fiducia rispetto alle proprie capacità e all’importanza di agire una trasformazione. Inoltre sono molto critici rispetto al modello di sviluppo attuale al rapporto fra istituzioni e democrazia. Purtroppo questo non basta a renderli automaticamente forza di cambiamento, perché pagano il fatto di non aver mai frequentato una “palestra” di cittadinanza, di aver poca esperienza di leadership o di partecipazione democratica perché costretti agli unici ruolo sociali per loro previsti, quelli di utenti o di consumatori.

Lei però parla anche ad un certo punto di “progetti e stratagemmi per rendere vagamente più permeabili le istituzioni”. Esistono tendenze in questa direzione? Nel mondo politico il PD di Renzi e il movimento 5 stelle destano speranza di ridurre l’esclusione sociale dei giovani? I ministri donne con meno di 40 anni, le deputate di meno di 30, i sindaci (di sinistra e di destra) che ne hanno 35 stanno per diventare una nuova normalità. Sono questi segnali di cambiamento?
Direi che è ancora presto per festeggiare. L’età media dei parlamentari o dei professori universitari resta ancora molto alta in Italia, il tasso di disoccupazione giovanile è quattro volte più alto rispetto a quello adulto, cosa che non avviene in nessun altro paese europeo, senza ancora nessuna evidenza di inversione di tendenza. I giovani cominciano a diventare lo slogan di qualcuno, nell’agenda politica oggi è con il lavoro il tema principale, solo che le istituzioni non cambiano attraverso le quote. Bisogna cambiare  le regole, bisogna far entrare intere leve giovanili e affidare loro uffici progetti e uffici sviluppo. Questo modello diverso di lavoro rispetto allo schema burocratico tradizionale si vede oggi non tanto nelle istituzioni e ancora poco nelle aziende, ma molto di più in alcune associazioni, in gruppi o movimenti, in alcune agenzie del terzo settore: il modo di lavorare e di agire è completamente diverso, più orizzontale, esiste una diversa circolazione dei saperi e si sentono molto meno le gerarchie, c’è una diversa apertura alla sperimentazione, si lavora davvero in inglese, si lavora quasi sempre con altri dentro reti e parternariati.

Secondo lei questo fenomeno di “congiura” nei confronti dei giovani è tipicamente italiano o è particolarmente forte in Italia?
Credo che in Italia sia più forte che altrove, perché è particolarmente iniquo il sistema di opportunità, lo dimostra l’elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile, lo sa bene chi a 20 o 30 anni cerca credito o cerca casa.

E perché questo avviene?
Forse perché il nostro è un paese più statico e lento, più conservatore e gerontocratico, forse anche culturalmente fobico rispetto al cambiamento. I giovani lo sentono, in molti hanno oggi il dubbio se tocca loro partire perché qui non c’è spazio per loro.

Per tornare ai Colloqui di Dobbiaco 2014 “Educazione per l’era solare”, dove l’aspettiamo come relatore: chi deve imparare, i vecchi o i giovani? E che cosa?
A me sembra che questa di oggi – la crisi, l’inevitabilità del cambiamento, la necessità di ripensare cose fondamentali come le regole della democrazia e il funzionamento della scuola – sia una fantastica occasione per mettersi insieme fra generazioni, per tornare tutti ad imparare, ponendoci senza distinzioni di età come ricercatori e come esploratori, perché nessuno sa quello che accadrà domani. I giovani hanno già questa sensazione, sanno di non sapere ma di dover scegliere, di essere costretti in qualche modo alla ricerca. La sfida, quindi, è un nuovo patto fra le generazioni, per un’esplorazione del presente e del futuro.

Però lei dice che i giovani sono leggermente avvantaggiati per il fatto che, come Socrate, sanno di non sapere mentre i vecchi vivono nell’illusione di sapere…
Sì nel senso che a me pare che sia onesto da parte nostra, che siamo gli adulti, affidare a loro la torcia per illuminare. Hanno un’agilità mentale e un’energia diversa, si trovano biograficamente in un’età che li rende più forti e più disponibili (per es perché non hanno ancora una famiglia a carico). È proprio sensato e logico che siano loro a guidare gli uffici di ricerca delle aziende e quelli di sviluppo delle istituzioni.

Quale potrebbe essere i ruolo degli adulti di una certa età in questo nuovo patto fra le generazioni?
Io credo che in questo nuovo patto bisogna cercare di capire bene ciascuno di noi cosa può fare. A me sembra che la sperimentazione e la ricerca, che rappresentano l’unico modo di vivere un presente dal quale nessuno è in grado di prevedere con certezza cosa succederà fra pochi anni, possano trovare nei giovani gli “scienziati sociali” chiamati a costruire le cose di domani, mentre adulti e anziani – forse biologicamente meno creativi, curiosi, inventivi – possono presidiare il metodo, incaricati non del “cosa” ma del “come”. Esiste una tradizione di saperi che è ancora valida e che si può mettere a disposizione dei più giovani, perché più ingenui rispetto alle fonti, meno abili nel discernere fra i risultati di un motore di ricerca, ma più veloci a connettere, costruire, inventare.

*Stefano Laffi è laureato in economia politica presso l’Università Bocconi e dottorato in sociologia presso l’Università Statale, ha insegnato sociologia urbana presso l’Università Bicocca e il Politecnico di Milano, e ha curato corsi e seminari presso l’Università Cattolica di Milano e diverse Scuole superiori per le professioni sociali in Italia e in Svizzera. Oggi svolge stabilmente l’attività di ricercatore presso l’agenzia di ricerca sociale Codici di Milano (www.codiciricerche.it), che ha cofondato nel 2005. Collabora per alcune riviste (Lo Straniero, Gli asini), ha lavorato anche per Rai e Radiopopolare, per il Ministero delle Politiche giovanili e quello del Welfare, per diverse Aziende Sanitarie. Ha pubblicato diversi volumi. Nel 2014 è uscito per Feltrinelli “La congiura contro  i giovani – crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni”.

Aperte le iscrizioni ai Colloqui di Dobbiaco 2014 – Intervista ad Andreas Weber

 

Dal Fare al Dire. Educazione per l’era solare
Colloqui di Dobbiaco 2014
Dal 3 al 5 ottobre
Sono aperte le iscrizioni per i Colloqui di Dobbiaco 2014, che quest’anno hanno al centro il tema dell’imparare per l’era solare. Come primo assaggio un’intervista con Andreas Weber, a cura di Karl-Ludwig Schibel, dove l’autore illustra nella prima parte la sua prospettiva sul vivente e nella seconda trae delle conclusioni per una pedagogia ecologica. La lettura ben merita l’attenzione di chi cerca di capire come educare a un rapporto con la natura, quale regno comune di tutti gli esseri viventi.
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Pensare radicale e amare il mondo
Intervista ad Andreas Weber*

di Karl-Ludwig Schibel

 

Lei identifica nell’evoluzione della vita una logica verso una crescente complessità, varietà, spontaneità e libertà?
Infatti, la storia dell’evoluzione della vita potrebbe anche essere vista come la storia naturale della libertà in distinzione al sempre dominante determinismo “newtoniano” nella biologia. Gli esseri viventi sono da considerare processi di libertà e l’evoluzione della vita come una storia nella quale si verificano gradi di libertà sempre maggiori, si potrebbe anche dire dimensioni di profondità. Una tale visione richiede una diversa prospettiva sulla vita, sulla vitalità.

Ma lei va oltre, considerando la natura anche un “sistema guida normativo”.
Se si abbandona il concetto meccanico-causale, genetico-algoritmico della vita, diventa visibile che gli esseri viventi danno corpo a dei processi che creano la propria identità. Sarebbe questa la mia definizione di vita come esponente di una scuola del pensiero riconducibile a Francisco Varela che comprende il vivente come sistemi di auto-creazione, di autopoiesi. Se si fa un ulteriore passo si può dire che un essere vivente è un flusso di materia che ha origine nell’ambiente che per un certo periodo viene integrato attraverso il metabolismo in un corpo, per diventare poi di nuovo ambiente. Qual è l’elemento di continuità in questo? È continuo lo sforzo di creare e mantenere un’identità, come possiamo già osservare con ogni cellula. Una volta stabilita l’identità esiste un interesse intrinseco di coerenza, di continuità di esistere, di rigenerazione e crescita. In un testo, scritto da me e Francisco Varela, parliamo di “teleologia intrinseca”. La direzionalità sta nel desiderio esistenziale del sé di preservarsi ed estendersi in un “universo del sentire”. “Sentire” non come sentiamo noi uomini, ma sentire nel senso di un progetto che vuole continuare e può anche fallire. Sono fortemente convinto che questa prospettiva sulla natura crea un legame, un’esperienza di base che abbiamo in comune con tutti gli altri organismi. Tutto quello che incontriamo, che ci avvolge, ci tocca con un tono di fondo di “bene” o di “male”. Si potrebbe parlare di una normatività debole che consiste nel desiderio di continuità della corporeità, che possiamo condividere, comprendere, in cui ci possiamo riflettere e che vogliamo anche proteggere al nostro interno. Dobbiamo ritrovare questo piano di comunalità che unisce tutti i sistemi viventi.

Quando parla di “beni comuni naturali”, chiedendo una nuova politica dei beni comuni che si orienta alla natura, sembra una trasposizione di concetti sociali nell’ambiente naturale. I beni comuni sono una forma giuridica di proprietà collettiva. La natura non conosce ne diritti giuridici ne proprietà.
Non sono d’accordo. Se uno guarda i beni comuni nella storia non c’è al centro il concetto di proprietà. Nelle società arcaiche il concetto della proprietà come lo conosciamo noi non ha senso. Potremmo meglio parlare del diritto di usufrutto di qualcosa che non è di proprietà di nessuno, perché tutti vi possono partecipare. I beni comuni sono inseparabili dagli attori. Non ci sono beni comuni senza coloro che usufruiscono di questi beni. Lo stesso vale per gli ecosistemi, anche qui non si può distinguere tra l’ecosistema su un lato e gli esseri viventi sull’altro. Gli esseri viventi sono l’ecosistema. Ci sono dei paralleli molto interessanti che ho cercato di elaborare in un piccolo libro (in inglese) pubblicato con la fondazione dei verdi tedeschi Heinrich Böll(1).  Bisogna pensare in modo radicale in due direzioni: uscire dal concetto dell’ecosistema della dominante teoria sintetica dell’evoluzione e vedere la natura come un processo di trasformazioni reciproche, come scambio di doni, come storia di libertà sempre più profonda. L’altra svolta mentale richiede di abbandonare il neoliberalismo a favore di una logica dei beni comuni, dove non ci possono essere oggetti che siano la proprietà di qualcuno.

Quali conseguenze ha un tale concetto della natura per la pedagogia, per l’esperienza nella natura e con la natura? Lei prima parlava dell’esperienza di sentire la propria “vitalità”. Perché il concetto della “vitalità” ha una tale importanza nel suo pensiero e la porta alla conclusione che “non ci può essere pedagogia senza un’idea di che cosa intendiamo con “vitalità”?
Il concetto della vitalità (in tedesco “Lebendigkeit”) mi sta molto a cuore in questo periodo per varie ragioni. In inglese abbiamo trovato la parola “enlivement” che può essere intesa in continuità con “enlightenment” e che riflette molto bene il carattere processuale della vitalità, della vitalizzazione. La “vitalità” nel discorso ecologico è un concetto chiave che complementa quello della “sostenibilità” spostando l’attenzione dalla téchne alla poiesis. Inoltre “vitalità” è un concetto che fa parte del discorso analitico scientifico, quando viene usato nella biologia o biosemiotica, stabilendo per esempio criteri di vitalità o registrando forme fenomenologiche di vitalità, ma è anche un qualcosa che si può sentire direttamente. Si tratta quindi di un concetto soggettivo e oggettivo che ci offre la chance di fare un passo avanti da una scienza della terza persona a una scienza della prima persona che non solo analizza, ma fa nascere contemporaneamente una vitalità tendente verso la prassi, verso l’azione. Il grande biologo e naturalista George Schaller con il suo lavoro epocale, tra gli altri sui gorilla di montagna, sui grandi felini e sul panda gigante, insiste sul coinvolgimento del biologo in quello che osserva. Un biologo che va sul campo, ragiona e si disaccoppia completamente dai suoi soggetti pensando di poter assumere una posizione neutrale, comprenderà poco. Si deve essere consapevoli di far parte e di assistere alla situazione di osservazione; chi crede di potersi tenere fuori non solo sbaglia metodologicamente ma produrrà dei risultati poco ispirati. Per tutte queste ragioni preferirei parlare di “vitalità” invece di “natura”, un modo di parlare più integrativo e meno dualistico. Qualcosa che fa parte della nostra esperienza diretta e non una “risorsa”, o peggio ancora un mondo di “wilderness” lì fuori, l’immagine romantica di una natura perfetta preferibilmente senza l’uomo.

Lei è biologo e filosofo e ha anche scritto dei testi molto divertenti e di grande successo sull’educazione. L’ultimo libro “Quatsch Matsch, un libro d’azione adatto alle grandi città e testato per la casa sull’albero” vuole essere un’istruzione alla vitalità, su come far giocare i bambini all’aria aperta, incontrollati e liberi. Perché considera giocare all’aperto e senza la presenza dell’occhio adulto un’esperienza essenziale per l’evoluzione dei bambini?
Ogni essere umano ha il bisogno come ogni altra creatura di essere vivo e anche di sentire il piacere dell’aumento di vitalità. Sappiamo tutti di prima mano com’è la sensazione di quest’esperienza quando si verifica. J. M. Coetzee parla nella sua bella narrativa sul pipistrello in “La vita degli animali” della gioia che ognuno riconosce anche in altri esseri viventi. La vitalità è il prodotto di uno scambio. Per arrivare a quest’identità dinamica abbiamo bisogno dell’altro, un’altra vitalità che ci accetta, ci riflette, ci fa sentire una eco. Si vede già nella psicologia evolutiva che da soli non si cresce, il neonato ha bisogno dello sguardo che lo rispecchia e riconosce i suoi bisogni. Non solo lo sguardo della madre che comunque non è sempre così brillante, fonte importante per tutti i drammi psichici, ma anche lo sguardo degli altri esseri che non sempre parte dagli occhi ma anche da un corpo rinverdito. Sono tutte risonanze della propria vitalità che costituiscono tante sfaccettature della propria esistenza corporea e che ci viene a mancare quando ci muoviamo in un mondo costruito, pianificato, di solo esseri umani. Soprattutto rimane poco spazio ai bambini negli ambienti pedagogici ben strutturati per seguire i propri desideri e quindi per fare l’esperienza di queste risonanze profonde.

…che i giochi al computer non forniscono.
Solo in modo molto limitato. Con i giochi al computer abbiamo due problemi, quello semplice della dipendenza, ma più che altro: non mi vede.

Una superficie verde non mi vede neanche.
Beh, la sponda di un ruscello mi vede. Posso modificarla, posso lasciare delle tracce, e perché il modo in cui reagisce a me contiene sempre qualcosa della mia fisicità e della mia psiche, contiene degli elementi dei quali sono fatto anche io. In fondo si può dire che nell’interazione ludica, ma anche nel contrasto creativo con un mondo che si è evoluto e non è stato pianificato con qualche obbiettivo strumentale, si verifica sempre la sensazione e la consapevolezza delle proprie qualità di efficienza. In ambienti artificiali questa consapevolezza di sé si verifica solo in parte, perché sono impostati con ulteriori fini. Un gioco al computer ha lo scopo di produrre ricavi per il produttore. Anche la scuola ha un obiettivo, per esempio che l’insegnante può essere orgoglioso della sua classe. La situazione è diversa quando vi si entra in rapporto con altri esseri viventi. Il bambino non gioca nella natura perché deve fare qualcosa per il ruscello, se mai il ruscello fa qualcosa per il bambino e al contempo esso cambia il ruscello e aggiunge qualcosa. Il tempo non pianificato che i piccoli passano nel mondo creato gli da una sana presa di coscienza di se stessi che in altre situazioni gli manca e di cui hanno bisogno per non perdere la propria identità, la sensazione di chi sono.

Mi sembra ci capire che la sua critica dell’educazione alla sostenibilità è che manca questa dimensione di situazioni non organizzate, incontrollate?
Parto da quello che vedo con i miei figli e dalle mie reazioni. Ritengo estremamente importante che i bambini sviluppino un’empatia con il mondo vivente. La domanda è: come si fa per favorire quest’empatia? Al livello più fondamentale e forse anche semplice direi: la cosa più importante è che i bambini imparino ad amare questo mondo, amare in un modo che si sentono anche amati. Però si sa solo amare quando ci si sente accettato nella propria vitalità, per poter regalare a sua volta questa vitalità. Questo però non funziona con la pedagogia e ancor di meno attraverso l’insegnamento di fatti, non funziona attraverso l’educazione. L’educazione dovrebbe essere il risultato di uno scambio di amore. Non è che viene prima l’educazione e poi l’amore. Come minimo deve essere un’alternanza. Diverse ricerche empiriche dimostrano che i bambini vengono desensibilizzati e provano repulsione se a una tenera età vengono confrontati con la fragilità del mondo, le minacce della crisi ecologica, i rischi dei cambiamenti climatici e via dicendo. Diventano quasi cinici. Quando l’educazione ambientale viene insegnata come una materia scolastica tra le altre, gli effetti sono devastanti. A mio avviso gli insegnanti dovrebbero andar fuori con gli allievi per dargli lo spazio e la possibilità di scoprire desideri che non sentono più. Di fare l’esperienza di questi desideri e anche della loro soddisfazione. Si tratta di una cosa molto semplice. Sto pensando a una ragazza piuttosto paurosa all’aperto in campagna alla quale però piaceva stare in gruppo con i compagni. Quando dovevano attraversare un ruscello, era esitante perché temeva di essere portata via dall’acqua ma, dopo aver raccolto tutto il suo coraggio, si metteva in cammino a piedi nudi e, all’arrivo sana e salva sull’altro lato, aveva una reazione euforica intensa di felicità sensoriale, il sentire sulla sua pelle di essere avvolta dal mondo. È questo un momento della vita che rimane per sempre e sono esperienze di questo tipo che formano la base per la creatività.

Però rimane un fatto che la natura sta sparendo rapidamente dall’esperienza dei nostri bambini. I mondi digitali stanno dilagando con grande velocità. Dove vede delle forze contrastanti oltre degli appelli illuministici che potrebbero allargare gli spazi “dell’esperienza sensoriale della libertà” come li chiama lei?
Questa è la domanda che fa male perché, infatti, non sono visibili molte controtendenze. Più che altro questo desiderio di sentirsi vivi sta con il singolo. La speranza sarebbe che con l’esperienza delle sue potenzialità e con i bisogni mentali ed emotivi si sviluppa anche il coraggio di lottare. Genitori e pedagoghi che oggi vogliono fare qualcosa per la libertà dei giovani dovrebbero mettersi insieme in modo sovversivo e collaborare ignorando i vigenti sistemi di regole. Da lì la mia proposta di costruire delle case sugli alberi dei parchi pubblici. Siamo tutti schiavi di questo orizzonte tacito dell’efficienza e del controllo, l’impero è nelle nostre anime, i beni comuni ci stanno a cuore – ma rimangano lì. Inutile la speranza di arrivare a delle maggioranze. In questo momento rimane solo l’appello alla singola persona di riscoprire l’entusiasmo della poesia e di rischiare. Credo come Manfred-Max Neef nei bisogni umani fondamentali che sono specifici per la nostra specie ma la trascendono anche. Questi bisogni ci sono anche in un mondo sempre più dominato dal virtuale; ci sono e continuano a esserci riemergendo con ogni neonato. La presente crisi della natura e del pianeta è una crisi fisica ma anche spirituale e ognuno di noi può entrare in contatto con essa nella propria anima e cercare di guarirla diventando fonte di vita. Dico ai genitori: cercate di regalare ai figli più vita possibile, il resto si trova. Non significa che il bambino deve necessariamente recarsi in qualche meravigliosa natura, lui stesso è un tipo di agente naturale, si crea natura. Quando i bambini giocano creano la wilderness. Non devono essere portati in luoghi selvaggi, ma devono solo avere il permesso di essere selvaggi – e questo richiede un minimo di coraggio da parte degli adulti. Meglio rompersi un braccio fuori che stare al sicuro davanti al televisore o a un monitor.

(1) Enlivenment: Towards a fundamental shift in the concepts of nature, culture and politics, Berlino 2013. http://www.boell.de/en/2013/02/01/enlivenment-towards-fundamental-shift-concepts-nature-culture-and-politics

*Andreas Weber ha studiato biologia e filosofia a Berlino, Friburgo, Amburgo e Parigi. Ha scritto la sua tesi di dottorato, dal titolo “Natura come significato. Tentativo di una teoria semiotica del vivente“, con Francisco Varela. Autore independente, vive con i suoi due figli a Berlino. Weber nei suoi scritti si batte per una nuova prospettiva sul vivente come fenomeno di un’autoespressione sensoria e un’ecologia creativa.  Ha pubblicato nel 2013 “Das Quatsch-Matsch-Buch” che vuole incoraggiare i genitori a lasciar giocare i figli all’aperto, liberi e incontrollati. Sta per uscire “Vitalità. Un’ecologia erotica”.

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