Online il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014 – Intervista a Stefano Laffi

Dal Fare al Dire. Educazione per l’era solare
Colloqui di Dobbiaco 2014
Dal 3 al 5 ottobre

È online il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014, che quest’anno hanno al centro il tema dell’imparare per l’era solare. Vi proponiamo di seguito un’intervista a Stefano Laffi, a cura di Karl-Ludwig Schibel, sul grande esilio in cui si trovano i giovani nella società italiana contemporanea. Dovrebbero invece essere loro, ragiona Laffi nel suo ultimo libro “La congiura contro i giovani”, i protagonisti della trasformazione in atto sulla base di un nuovo patto tra le generazioni. Come si può fare a cambiare veramente le cose? Quali passi si potrebbero compiere verso una società che concede la piena cittadinanza ai suoi giovani?
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La congiura contro i giovani.

Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni

Intervista a Stefano Laffi*

di Karl-Ludwig Schibel

Il suo libro dal titolo provocatorio: “La congiura contro i giovani” vede il conflitto tra le generazioni, o meglio l’esclusione sociale ed economica dei giovani, come la contraddizione centrale della nostra società. Perché? Non è forse che il dominio dei vecchi sui giovani è una costante antropologica che accompagna tutta la storia della specie?
Probabilmente è vero che non sia una novità in senso stretto assistere al fatto che il potere, la forza e la partecipazione nella società, nelle istituzioni e nell’economia crescono in maniera proporzionale al crescere dell’età. In parte questa è sempre stata una costante. Mi sembra però che la cosa più grave sia il fatto che oggi non c’è una distribuzione proporzionale ma una vera e propria esclusione dei più giovani a completo beneficio degli adulti.

Quindi si può dire che non si tratti di un fenomeno incrementale quanto piuttosto di una dicotomia…
Esattamente e questo oggi è particolarmente grave, oltre che miope, proprio perché in una fase storica di cambiamento come la nostra è probabile che siano proprio i più giovani ad avere capacità di acquisire le competenze e le abilità e di stare al passo con le sollecitazioni anche legate alle nuove tecnologie. Quindi paradossalmente dovrebbero essere proprio loro a guidare alcuni tipi di processi.

Lei nel suo libro porta l’esempio di mestieri come il magistrato o il chirurgo che con gli anni permettono di accumulare esperienze in grado di qualificare meglio chi li svolge quando si raggiungono i quaranta o cinquanta anni di età piuttosto che a trenta e trentacinque anni, mentre questo non è il caso per la maggior parte delle professioni oggi dove i giovani forse sono più capaci di svolgere un ruolo maggiormente produttivo. È proprio così?
Sì è così. Tant’è vero che alcune aziende hanno già adottato il “reverse mentoring”. Cioè i giovani neoassunti nelle aziende o nelle istituzioni insegnano agli interni “cosa sta succedendo fuori”, nella società viva e nei processi sociali in corso – anche per  quanto riguarda le opportunità offerte dalle nuove tecnologie –. E questo perché la routine lavorativa riduce la visione e non allena tutte le competenze, quindi inibisce in qualche modo la capacità di stare al passo coi tempi. Perciò quella distribuzione del potere dicotomica, di cui parlavamo prima, stride rispetto a un’inversione dei saperi che si sta generando e che richiederebbe esattamente il contrario, cioè che ai giovani si affidasse un ruolo decisamente più attivo. D’altra parte nella storia del 900 la maggior parte delle scoperte scientifiche sono state fatte da ragazzi fra i venti e trenta anni di età.

Perché lei parla di congiura? Sembra dare una qualità intenzionale a un processo che in gran parte non è consapevole agli attori.
Congiura perché questo processo intanto parte dalla nascita dell’individuo, l’esilio dalla possibilità di incidere nei confronti del mondo in cui si nasce e si cresce avviene da subito. Genitori, educatori, specialisti e adulti significativi agiscono questo esilio attraverso dispositivi di normalizzazione, di patologizzazione oppure di ipercontrollo e iperprevenzione. Forse anche in buona fede, ma certo tutto questo porta ad una conservazione della situazione e ad una concentrazione del potere negli adulti. Non è tanto una congiura dei genitori nei confronti dei figli quanto piuttosto dei sistemi di potere, quindi delle istituzioni e dell’economia, tale da ingessare i ruoli rispetto all’età.

Infatti lei ha scelto come titolo del primo capitolo “Nascere in una società assurda”, riferendosi al famoso libro di Paul Goodman “Growing up absurd” del 1960. Goodman considerava i giovani le prime vittime di un sistema sociale ed economico repressivo, ma vedeva in loro stessi il potenziale di resistenza all’ingiustizia di tale sistema. È ancora diventata più assurda la nostra società da quando Goodman scrisse il suo libro? E chi sarà l’attore in grado di cambiarla oggi?
Questa società è forse più assurda rispetto alla miopia, di cui parlavamo prima. Ma non lo è tanto in una chiave repressiva, come forse era allora. Anzi è difficile dire oggi che i giovani non abbiano la possibilità di esordire nel cinema, nella musica o nella letteratura oppure di esprimere diritti che prima venivano negati loro. L’assurdità semmai oggi è che queste occasioni espressive di protagonismo si trovano solo all’interno di un meccanismo di spettacolo e di finzione che non incide minimamente nei meccanismi di potere o sulla condizione della maggior parte di loro. In sostanza il sistema di opportunità attuale non dà nessuna possibilità ai giovani di realizzare quello che chiedono di più, cioè trasformare la realtà in cui sono, e lascia in loro un gran senso di vuoto, di inutilità personale, perché i giovani non sono previsti. L’assurdo attuale è questo grande esilio dei giovani ai quali non viene offerta l’opportunità di agire come cittadini. Queste generazioni non hanno perso la fiducia rispetto alle proprie capacità e all’importanza di agire una trasformazione. Inoltre sono molto critici rispetto al modello di sviluppo attuale al rapporto fra istituzioni e democrazia. Purtroppo questo non basta a renderli automaticamente forza di cambiamento, perché pagano il fatto di non aver mai frequentato una “palestra” di cittadinanza, di aver poca esperienza di leadership o di partecipazione democratica perché costretti agli unici ruolo sociali per loro previsti, quelli di utenti o di consumatori.

Lei però parla anche ad un certo punto di “progetti e stratagemmi per rendere vagamente più permeabili le istituzioni”. Esistono tendenze in questa direzione? Nel mondo politico il PD di Renzi e il movimento 5 stelle destano speranza di ridurre l’esclusione sociale dei giovani? I ministri donne con meno di 40 anni, le deputate di meno di 30, i sindaci (di sinistra e di destra) che ne hanno 35 stanno per diventare una nuova normalità. Sono questi segnali di cambiamento?
Direi che è ancora presto per festeggiare. L’età media dei parlamentari o dei professori universitari resta ancora molto alta in Italia, il tasso di disoccupazione giovanile è quattro volte più alto rispetto a quello adulto, cosa che non avviene in nessun altro paese europeo, senza ancora nessuna evidenza di inversione di tendenza. I giovani cominciano a diventare lo slogan di qualcuno, nell’agenda politica oggi è con il lavoro il tema principale, solo che le istituzioni non cambiano attraverso le quote. Bisogna cambiare  le regole, bisogna far entrare intere leve giovanili e affidare loro uffici progetti e uffici sviluppo. Questo modello diverso di lavoro rispetto allo schema burocratico tradizionale si vede oggi non tanto nelle istituzioni e ancora poco nelle aziende, ma molto di più in alcune associazioni, in gruppi o movimenti, in alcune agenzie del terzo settore: il modo di lavorare e di agire è completamente diverso, più orizzontale, esiste una diversa circolazione dei saperi e si sentono molto meno le gerarchie, c’è una diversa apertura alla sperimentazione, si lavora davvero in inglese, si lavora quasi sempre con altri dentro reti e parternariati.

Secondo lei questo fenomeno di “congiura” nei confronti dei giovani è tipicamente italiano o è particolarmente forte in Italia?
Credo che in Italia sia più forte che altrove, perché è particolarmente iniquo il sistema di opportunità, lo dimostra l’elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile, lo sa bene chi a 20 o 30 anni cerca credito o cerca casa.

E perché questo avviene?
Forse perché il nostro è un paese più statico e lento, più conservatore e gerontocratico, forse anche culturalmente fobico rispetto al cambiamento. I giovani lo sentono, in molti hanno oggi il dubbio se tocca loro partire perché qui non c’è spazio per loro.

Per tornare ai Colloqui di Dobbiaco 2014 “Educazione per l’era solare”, dove l’aspettiamo come relatore: chi deve imparare, i vecchi o i giovani? E che cosa?
A me sembra che questa di oggi – la crisi, l’inevitabilità del cambiamento, la necessità di ripensare cose fondamentali come le regole della democrazia e il funzionamento della scuola – sia una fantastica occasione per mettersi insieme fra generazioni, per tornare tutti ad imparare, ponendoci senza distinzioni di età come ricercatori e come esploratori, perché nessuno sa quello che accadrà domani. I giovani hanno già questa sensazione, sanno di non sapere ma di dover scegliere, di essere costretti in qualche modo alla ricerca. La sfida, quindi, è un nuovo patto fra le generazioni, per un’esplorazione del presente e del futuro.

Però lei dice che i giovani sono leggermente avvantaggiati per il fatto che, come Socrate, sanno di non sapere mentre i vecchi vivono nell’illusione di sapere…
Sì nel senso che a me pare che sia onesto da parte nostra, che siamo gli adulti, affidare a loro la torcia per illuminare. Hanno un’agilità mentale e un’energia diversa, si trovano biograficamente in un’età che li rende più forti e più disponibili (per es perché non hanno ancora una famiglia a carico). È proprio sensato e logico che siano loro a guidare gli uffici di ricerca delle aziende e quelli di sviluppo delle istituzioni.

Quale potrebbe essere i ruolo degli adulti di una certa età in questo nuovo patto fra le generazioni?
Io credo che in questo nuovo patto bisogna cercare di capire bene ciascuno di noi cosa può fare. A me sembra che la sperimentazione e la ricerca, che rappresentano l’unico modo di vivere un presente dal quale nessuno è in grado di prevedere con certezza cosa succederà fra pochi anni, possano trovare nei giovani gli “scienziati sociali” chiamati a costruire le cose di domani, mentre adulti e anziani – forse biologicamente meno creativi, curiosi, inventivi – possono presidiare il metodo, incaricati non del “cosa” ma del “come”. Esiste una tradizione di saperi che è ancora valida e che si può mettere a disposizione dei più giovani, perché più ingenui rispetto alle fonti, meno abili nel discernere fra i risultati di un motore di ricerca, ma più veloci a connettere, costruire, inventare.

*Stefano Laffi è laureato in economia politica presso l’Università Bocconi e dottorato in sociologia presso l’Università Statale, ha insegnato sociologia urbana presso l’Università Bicocca e il Politecnico di Milano, e ha curato corsi e seminari presso l’Università Cattolica di Milano e diverse Scuole superiori per le professioni sociali in Italia e in Svizzera. Oggi svolge stabilmente l’attività di ricercatore presso l’agenzia di ricerca sociale Codici di Milano (www.codiciricerche.it), che ha cofondato nel 2005. Collabora per alcune riviste (Lo Straniero, Gli asini), ha lavorato anche per Rai e Radiopopolare, per il Ministero delle Politiche giovanili e quello del Welfare, per diverse Aziende Sanitarie. Ha pubblicato diversi volumi. Nel 2014 è uscito per Feltrinelli “La congiura contro  i giovani – crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni”.

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