Cosa è la Buona Scuola

I Colloqui di Dobbiaco 2014 hanno raccolto e discusso contributi su “Imparare per l’era solare” nella convinzione che la buona scuola sia un luogo dove un tema centrale è la conversione ecologica, cioè un nuovo modo di produrre, distribuire, consumare e smaltire beni e servizi in un rapporto co-produttivo con la natura, uno stile di vita di sufficienza, mobilità dolce, tecnica a misura d’uomo. Dove le aule diventano luoghi di nuove esperienze, di auto-formazione, di educazione alla responsabilità e dove l’insegnamento fa crescere le ragazze e i ragazzi insieme ai loro docenti.

È uscito in quel periodo il documento programmatico “La Buona Scuola” il piano che il Governo offre alle cittadine e ai cittadini come proposta di riforma della scuola. Un documento profondamente ambiguo. Fa piacere lo stile diretto e accattivante, fanno sperare le molte buone proposte di valorizzazione del ruolo dei docenti e la scuola nel suo insieme, ma deprime un’impostazione di base che strumentalizza le nuove generazioni a mezzi per tirare il carro fuori dalla palude dove l’hanno mandato chi li ha preceduti. A partire dal sottotitolo: “Facciamo crescere il paese”. Facciamo crescere le ragazze e i ragazzi! Economicamente l’Italia non crescerà nei prossimi anni e comunque non è questo il compito della scuola, e neanche dell’istruzione, essere “l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione”.

Al centro della scuola devono essere gli studenti, svegliare con loro, nelle parole di Otto Herz ai Colloqui di Dobbiaco, la sete di conoscenza e fame di comprensione, la gioia di scoprire e voglia di sperimentare, l’intuizione e l’umiltà, la voglia di lungimiranza e il coraggio di rischiare, lo spirito imprenditoriale, l’autonomia e l’impegno civile. Tutti concetti che nel documento non si trovano e quando si trovano non si riferiscono agli studenti ma a un soggetto generico. “Ci serve il coraggio”.

L’educazione non serve a “conciare” la prossima generazione per il mondo produttivo, per il “rilancio del Made in Italy”, serve piuttosto come luogo per far crescere individui autonomi che sviluppino le proprie capacità per l’auto-determinazione con un senso di equità, responsabilità, tolleranza e convivenza con il prossimo e la natura. È la vita a porre i quesiti cui devono rispondere non le “sollecitazioni, sempre più urgenti, che provengono dal mondo dell’impresa”. Un mondo in profonda crisi perché fissato sulla crescita, sulla centralità della produzione di beni e servizi come obiettivo in se, che la prossima generazione è chiamata a cambiare e non ad adattarvisi.

Nel “Ripensare ciò che si impara a scuola” vanno benissimo la musica e la storia dell’arte, l’educazione motoria e lo sport, l’alfabetizzazione digitale e le discipline economiche. Però dove rimane il contatto con la natura, con le piante, con gli animali? L’empatia, la fantasia, la creatività e la gioia di vita, la consapevolezza di condividere una realtà comune con altri esseri senzienti nascono nell’interazione con il mondo naturale. Sarà un caso che in tutto il documento non si parla mai di sostenibilità, di una società capace di futuro? Ci si augura che si tratti di una dimenticanza, si teme che potrebbe avere a che vedere con una visione socio-tecnocratica del futuro dell’Italia con una scuola a servizio del PIL e della crescita economica (che non ci sarà).