Nuove regole per la società delle reti

Intervista a Isabella Mader

Isabella Mader è membro della presidenza dell’Excellence Institute, Vienna, e insegna da molti anni come professore incaricato di sistemi di gestione dell’informazione, strategie IT e collaborazione. Ha anche scritto numerosi libri e articoli su questi temi. In passato è stata attiva nella presidenza di un’azienda software e ha lavorato nello sviluppo di metodologie nelle Nazioni Unite.

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Intervista di Karl-Ludwig Schibel, giugno 2017

Leggi l’intervista

Colloqui di Dobbiaco 2015

A 35 anni dalla prima edizione i Colloqui di Dobbiaco 2015, dal 2 al 4 ottobre, riprenderanno il primo tema, il Turismo.

Il programma è in elaborazione e una prima versione uscirà a fine marzo. Possiamo però già annunciare con grande gioia che un ospite e relatore sarà Luca Mercalli.

Prima di averlo con noi potete seguire tutti i temi forti dei Colloqui sul suo nuovo programma: Scala Mercalli

I gradi della crisi ambientale e la via della sostenibilità dal 28 febbraio al 4 aprile, il sabato in prima serata.

Guten morgen Herr Schibel, hallo Andi,

reich und müde bin ich gestern von den toblacher gesprächen zurück gekommen.
Da ich mich seit 10 jahren mit dem BNE-thema befasst hatte, war es diesmal für mich besonders spannend. Aus demselben grund hatte ich für den büchertisch einige ausdrucke unserer dokumentation zum „lehrgang ohne lehrplan“, „Träumen Räume geben“ mitgebracht. Ich glaube, dass sie von interesse war, zumal ich mehrfach darauf angesprochen wurde.
Falls möglich und in euren augen sinnvoll, könnte man das PDF auf den Blog geben, zur nachlese sozusagen. Ich lege es in die anlage, dann.. vedete voi.

Liebe grüße!
Brigitte Foppa

Download “Lern Träume”, Brigitte Foppa:

LernTraume

In arrivo i Colloqui di Dobbiaco 2014 – “Diventare capaci di futuro”, alcune riflessioni di Wolfgang Sachs

 

Dal Fare al Dire. Educazione per l’era solare
Colloqui di Dobbiaco 2014
Dal 3 al 5 ottobre

Mancano quattro settimane ai Colloqui di Dobbiaco 2014. La 25a edizione vedrà due giorni di dibattito su come e cosa imparare per l’era solare. Ricordiamo le due interviste con Andreas Weber e Stefano Laffi, che saranno tra i relatori, e il commento di Paolo Tamburini alle riflessioni del primo.

Oggi, per riallacciarci al tema, proponiamo alcune riflessioni di Wolfgang Sachs estratte dalla prefazione al libro di Shelley Sacks e Hildegard Kurt “Die rote Blume. Ästhetische Praxis in der Zeit des Wandels” (Il fiore rosso. Prassi estetica in tempi di cambiamento).
Scarica il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014
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Diventare capaci di futuro

Viviamo in tempi di cambiamento
Come può accadere, ciò che deve accadere? È scritto anche sui muri che qualcosa deve essere fatto. Sappiamo che il 21° secolo detiene drammatici rischi: In tutto il mondo sta cambiando il clima, le montagne di debiti rendono la crescita economica una chimera, ovunque continua ad aumentare il divario tra ricchi e poveri. A livello di governo, tuttavia, la rimozione dei problemi regna suprema, da nessuna parte si ha la sensazione che le classi dominanti abbiano riconosciuto i segni dei tempi. Ma il cambiamento, insidioso e sovversivo, è in corso.

Esso non aspetta le risoluzioni dei congressi dei partiti né le direttive UE, ma avviene attraverso piccole e grandi iniziative che nascono in molti luoghi nella società. Certo, la maggioranza della società non è ancora coinvolta. La storia, però, raramente è stata fatta da maggioranze, quanto piuttosto da minoranze. Anche se le minoranze non hanno alcun potere, hanno però influenza. Reagiscono presto ai cataclismi imminenti, incarnano nuove sensibilità, articolano nuove domande e implementano nuove soluzioni. Così è decollato negli ultimi decenni in tutto il mondo un “movimento senza nome” (Paul Hawken), che va dall’agricoltura biologica al commercio equo, dalle case a zero energia all’industria solare, dalle iniziative di quartiere alle reti internazionali di ricerca socialmente responsabile. Il movimento senza nome non ha testa e nessun centro, ma è vario e globale. La tutela dell’ambiente, la giustizia sociale e – al di fuori dell’Europa – i diritti dei popoli indigeni in tutto il mondo sono i loro principi guida e, nonostante tutte le differenze, li riunisce un pensiero di base: I diritti delle persone e la rete della vita nella natura sono più importanti dei beni e del denaro.

Non è un caso che per questa Nuova Internazionale né falce né martello si prestano come simbolo, ma nella migliore delle ipotesi è Internet. A differenza dei movimenti contadini o operai la sua forza nasce meno dalla mobilitazione delle masse, ma da un cambio di mentalità e da soluzioni intelligenti. Opera più attraverso la diffusione di utopie concrete che da un accumulo di forze; nel suo modo di agire segue di più il modello epidemiologico della contaminazione che non quello meccanicistico della concentrazione delle forze. Questo non può essere altrimenti, visto che siamo di fronte a un cambiamento di civiltà e non semplicemente a una sostituzione della classe dirigente.

Una svolta mentale e culturale
Quindi non si tratta solo di obiettivi e risultati delle iniziative che hanno fatto della capacità di futuro il loro programma, ma si tratta anche dello spazio interno, che queste iniziative devono creare, se non vogliono morire. Va tenuto presente e distinto: la pianificazione e l’attuazione del progetto è una cosa, l’altra è l’interiorità dei pensieri, dei sentimenti e delle forze decisionali. In questa sfera si decide se i partecipanti al progetto tornano a casa incoraggiati o demotivati, se lavorare insieme irradia calore o piuttosto emana freddezza, se il gruppo viene preso da un sentimento collettivo o dilaga la stagnazione. Alcuni progetti falliscono a causa di questi scogli della coscienza, mentre altri vi navigano intorno ed emergono forti. Scoprire e cambiare lo spazio interno è un lavoro personale, senza la mobilitazione interna delle emozioni e della volontà i progetti per un futuro sostenibile non si faranno.

Cambiare il discorso sulla capacità di futuro
Il discorso sulla sostenibilità deve cambiare. Il motto è contare e rac-contare. Gli studi sulla sostenibilità abbondano di dati sui consumi, sui tassi di perdite e contrazioni, sugli obiettivi di riduzione. Ma i numeri da soli non ispirano, semmai informano. La curiosità, la gioia di sperimentazione e l’impegno entrano in gioco quando il senso di possibilità delle persone si sveglia. Poiché i numeri difficilmente motivano né ispirano, ci vogliono le narrazioni in grado di disegnare per l’occhio spirituale delle immagini mentali. Certo, le tabelle e i diagrammi, l’intera presentazione grafica di curve, colonne e torte presentano al lettore in modo chiaro, rapido e facilmente leggibile i rapporti numerici, ma stimolano solo la sua memoria e non la sua empatia. Non c’è modo di parlare in maniera oggettivistica riguardo ai bisogni o gli ideali, il gusto o la saggezza, gli interessi o le rimozioni, la storia o il futuro, le paure o le utopie; ma è questa la sostanza di cui è fatto il cambiamento.

E di più. In molte rappresentazioni scientifiche la natura viene ridotta al mondo-ambiente (Umwelt). Gli animali e le piante, l’acqua e le rocce vengono presentati solo come dati oggettivi e non come mondo collettivo (Mitwelt). Le sorprese e le stranezze della natura, i suoi suoni, colori e forme non entrano in un discorso riduttivo sulle variabili di consumo. La natura, rappresentata in tal modo, difficilmente smuove le emozioni delle persone. La ricerca di dati oggettivi ricorda l’ideale tradizionale scientifico di produrre sapere al di là del conflitto sconcertante delle opinioni. È ben noto che il prezzo per questo “progresso” era di tagliare qualsiasi collegamento tra il soggetto che osserva e l’essere naturale osservato, escludendo in tal modo che i due si incontrassero come esseri viventi. In contrasto con la visione meccanicistica del mondo il romanticismo ha sempre insistito che non solo l’uomo interviene sulla natura, ma anche la natura parla all’uomo. Aprirsi alle sue impressioni, sentire la sua voce e la sua intenzionalità, richiede una percezione speciale. I sensi e l’immaginazione giocano un ruolo particolare, per alimentare ed espandere il mondo-del-sé con esperienze e cognizioni.

Ci arriva questo commento di Paolo Tamburini all’articolo “Aperte le iscrizioni ai Colloqui di Dobbiaco 2014 – Intervista ad Andreas Weber”, che pubblichiamo di seguito:

L’intervista di Karl Schibel ad Andreas Weber, forse anche per la necessità di esprimere idee complesse in poche battute, mi ha lasciato da un lato incuriosito e dall’altro perplesso.
Condivido appieno il riferimento al grande biologo e pensatore Francisco Varela (e ci aggiungerei Gregory Bateson, Ilia Prigogine, Michel Serres, Edgar Morin…). Mi lasciano invece dubbioso le indicazioni in materia di educazione.
Weber sembra contrapporre l’educazione all’aria aperta ai giochi al computer, la progettazione didattica e formativa alla serendipità. Il rischio sarebbe quello di limitare a una sola modalità le nostre possibilità di apprendimento. Non vedo motivi per rinunciare alle acquisizioni delle scienze cognitive e della formazione degli ultimi decenni, cui lo stesso Varela ha contribuito (Autopoiesi e cognizione, La via di mezzo della conoscenza). Il rischio è quello di ricadere in uno schema ricorrente nel pensiero occidentale che contrappone ‘struttura’ a ‘spontaneità’, ‘rigore’ a ‘immaginazione’. L’educazione alla sostenibilità non sarebbe in tal modo migliore.
L’educazione all’ambiente e alla sostenibilità pensata e realizzata in Italia e in altri paesi è tutt’altro che uno schema nozionistico dentro le mura di una scuola. Non esclude affatto le strategie, metodologie e modalità che suggerisce Weber.
Potrei fare decine di esempi di progetti e Centri di educazione alla sostenibilità di eccellenza (quella che UNESCO chiama educazione ‘non formale’) in Italia. Dal LAREA Friuli al centro Pracatinat piemontese, dalle scuole laboratorio alle strutture delle associazioni ambientaliste. Solo in Emilia Romagna sono 36 i CEAS: assieme al riciclo creativo del Centro ‘la Lucertola’ (Ravenna) e alla outdoor education del centro ‘Villa Ghigi’ (Bologna) ci sono i centri per l’agenda 21, i consumi e i sistemi di gestione sostenibili (centro ‘Idea’ di Ferrara, l’’Olmo’ di Modena). Tratto comune è la ricerca-azione partecipativa e l’educazione non è solo per ragazzi in età scolare ma anche per gli adulti.
Educazione alla sostenibilità come paradigma e strumento che supporta le politiche di sostenibilità, facilita e mette alla prova i nuovi comportamenti e stili di vita dei cittadini. Un ponte culturale tra la tecnoscienza e le persone con una visione plurale e fondamenti epistemologici, etici, ‘politici’. Uno strumento e una esperienza che certamente ha limiti, punti di forza e di debolezza ma che si è evoluto nel tempo: dalla predominanza nozionistica alla feconda codeterminazione delle diverse componenti cognitive, emotive, valoriali, esperienziali; da una concezione riproduttiva del sapere alla continua costruzione e progettazione di saperi; da una ES nicchia tra le discipline a paradigma che integra i saperi; da una “ES per la conservazione della natura” (difensiva e reattiva) a una ES per la sostenibilità (preventiva, proattiva); da una ES che propone comportamenti cui attenersi a una ES che stimola il “saper cambiare”, il prendere decisioni in condizioni di incertezza, un approccio critico all’esistente. Poche verità date e molte cornici interpretative da ridefinire, costruire responsabilità piuttosto che convinzioni, saper cambiare piuttosto che adattarsi a qualcosa di predeterminato.
Penso che declinando in tal modo l’educazione alla sostenibilità non vi possa che essere convergenza di vedute con Andreas Weber. Lui parla di ‘carattere processuale della vitalità’, io la chiamo (prendendo a prestito da Bela Banathy) ‘competenza evolutiva’, quindi la necessità di promuovere un sapere/saper fare/saper essere adeguati al nostro tempo e ai problemi planetari e locali, per orientarsi nel futuro e affrontare la complessità e il cambiamento: creare immagini positive del futuro e governare la loro evoluzione agendo in modo anticipatorio, creare alternative innovatrici, proporre soluzioni e metterle in pratica.

Paolo Tamburini, Responsabile del Servizio Comunicazione, educazione alla sostenibilità e strumenti di partecipazione della Regione Emilia Romagna

Guarda il Programma regionale per l’educazione alla sostenibilità Emilia-Romagna al link: http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/infeas/primo-piano/2014/visioni-e-azioni-per-il-futuro-sostenibile-lassemblea-legislativa-approva-il-programma-dell2019educazione-alla-sostenibilita-2014-2016

Online il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014 – Intervista a Stefano Laffi

 

Dal Fare al Dire. Educazione per l’era solare
Colloqui di Dobbiaco 2014
Dal 3 al 5 ottobre

È online il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014, che quest’anno hanno al centro il tema dell’imparare per l’era solare. Vi proponiamo di seguito un’intervista a Stefano Laffi, a cura di Karl-Ludwig Schibel, sul grande esilio in cui si trovano i giovani nella società italiana contemporanea. Dovrebbero invece essere loro, ragiona Laffi nel suo ultimo libro “La congiura contro i giovani”, i protagonisti della trasformazione in atto sulla base di un nuovo patto tra le generazioni. Come si può fare a cambiare veramente le cose? Quali passi si potrebbero compiere verso una società che concede la piena cittadinanza ai suoi giovani?
Scarica il programma completo dei Colloqui di Dobbiaco 2014
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La congiura contro i giovani.

Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni

Intervista a Stefano Laffi*
di Karl-Ludwig Schibel

Il suo libro dal titolo provocatorio: “La congiura contro i giovani” vede il conflitto tra le generazioni, o meglio l’esclusione sociale ed economica dei giovani, come la contraddizione centrale della nostra società. Perché? Non è forse che il dominio dei vecchi sui giovani è una costante antropologica che accompagna tutta la storia della specie?
Probabilmente è vero che non sia una novità in senso stretto assistere al fatto che il potere, la forza e la partecipazione nella società, nelle istituzioni e nell’economia crescono in maniera proporzionale al crescere dell’età. In parte questa è sempre stata una costante. Mi sembra però che la cosa più grave sia il fatto che oggi non c’è una distribuzione proporzionale ma una vera e propria esclusione dei più giovani a completo beneficio degli adulti.

Quindi si può dire che non si tratti di un fenomeno incrementale quanto piuttosto di una dicotomia…
Esattamente e questo oggi è particolarmente grave, oltre che miope, proprio perché in una fase storica di cambiamento come la nostra è probabile che siano proprio i più giovani ad avere capacità di acquisire le competenze e le abilità e di stare al passo con le sollecitazioni anche legate alle nuove tecnologie. Quindi paradossalmente dovrebbero essere proprio loro a guidare alcuni tipi di processi.

Lei nel suo libro porta l’esempio di mestieri come il magistrato o il chirurgo che con gli anni permettono di accumulare esperienze in grado di qualificare meglio chi li svolge quando si raggiungono i quaranta o cinquanta anni di età piuttosto che a trenta e trentacinque anni, mentre questo non è il caso per la maggior parte delle professioni oggi dove i giovani forse sono più capaci di svolgere un ruolo maggiormente produttivo. È proprio così?
Sì è così. Tant’è vero che alcune aziende hanno già adottato il “reverse mentoring”. Cioè i giovani neoassunti nelle aziende o nelle istituzioni insegnano agli interni “cosa sta succedendo fuori”, nella società viva e nei processi sociali in corso – anche per  quanto riguarda le opportunità offerte dalle nuove tecnologie –. E questo perché la routine lavorativa riduce la visione e non allena tutte le competenze, quindi inibisce in qualche modo la capacità di stare al passo coi tempi. Perciò quella distribuzione del potere dicotomica, di cui parlavamo prima, stride rispetto a un’inversione dei saperi che si sta generando e che richiederebbe esattamente il contrario, cioè che ai giovani si affidasse un ruolo decisamente più attivo. D’altra parte nella storia del 900 la maggior parte delle scoperte scientifiche sono state fatte da ragazzi fra i venti e trenta anni di età.

Perché lei parla di congiura? Sembra dare una qualità intenzionale a un processo che in gran parte non è consapevole agli attori.
Congiura perché questo processo intanto parte dalla nascita dell’individuo, l’esilio dalla possibilità di incidere nei confronti del mondo in cui si nasce e si cresce avviene da subito. Genitori, educatori, specialisti e adulti significativi agiscono questo esilio attraverso dispositivi di normalizzazione, di patologizzazione oppure di ipercontrollo e iperprevenzione. Forse anche in buona fede, ma certo tutto questo porta ad una conservazione della situazione e ad una concentrazione del potere negli adulti. Non è tanto una congiura dei genitori nei confronti dei figli quanto piuttosto dei sistemi di potere, quindi delle istituzioni e dell’economia, tale da ingessare i ruoli rispetto all’età.

Infatti lei ha scelto come titolo del primo capitolo “Nascere in una società assurda”, riferendosi al famoso libro di Paul Goodman “Growing up absurd” del 1960. Goodman considerava i giovani le prime vittime di un sistema sociale ed economico repressivo, ma vedeva in loro stessi il potenziale di resistenza all’ingiustizia di tale sistema. È ancora diventata più assurda la nostra società da quando Goodman scrisse il suo libro? E chi sarà l’attore in grado di cambiarla oggi?
Questa società è forse più assurda rispetto alla miopia, di cui parlavamo prima. Ma non lo è tanto in una chiave repressiva, come forse era allora. Anzi è difficile dire oggi che i giovani non abbiano la possibilità di esordire nel cinema, nella musica o nella letteratura oppure di esprimere diritti che prima venivano negati loro. L’assurdità semmai oggi è che queste occasioni espressive di protagonismo si trovano solo all’interno di un meccanismo di spettacolo e di finzione che non incide minimamente nei meccanismi di potere o sulla condizione della maggior parte di loro. In sostanza il sistema di opportunità attuale non dà nessuna possibilità ai giovani di realizzare quello che chiedono di più, cioè trasformare la realtà in cui sono, e lascia in loro un gran senso di vuoto, di inutilità personale, perché i giovani non sono previsti. L’assurdo attuale è questo grande esilio dei giovani ai quali non viene offerta l’opportunità di agire come cittadini. Queste generazioni non hanno perso la fiducia rispetto alle proprie capacità e all’importanza di agire una trasformazione. Inoltre sono molto critici rispetto al modello di sviluppo attuale al rapporto fra istituzioni e democrazia. Purtroppo questo non basta a renderli automaticamente forza di cambiamento, perché pagano il fatto di non aver mai frequentato una “palestra” di cittadinanza, di aver poca esperienza di leadership o di partecipazione democratica perché costretti agli unici ruolo sociali per loro previsti, quelli di utenti o di consumatori.

Lei però parla anche ad un certo punto di “progetti e stratagemmi per rendere vagamente più permeabili le istituzioni”. Esistono tendenze in questa direzione? Nel mondo politico il PD di Renzi e il movimento 5 stelle destano speranza di ridurre l’esclusione sociale dei giovani? I ministri donne con meno di 40 anni, le deputate di meno di 30, i sindaci (di sinistra e di destra) che ne hanno 35 stanno per diventare una nuova normalità. Sono questi segnali di cambiamento?
Direi che è ancora presto per festeggiare. L’età media dei parlamentari o dei professori universitari resta ancora molto alta in Italia, il tasso di disoccupazione giovanile è quattro volte più alto rispetto a quello adulto, cosa che non avviene in nessun altro paese europeo, senza ancora nessuna evidenza di inversione di tendenza. I giovani cominciano a diventare lo slogan di qualcuno, nell’agenda politica oggi è con il lavoro il tema principale, solo che le istituzioni non cambiano attraverso le quote. Bisogna cambiare  le regole, bisogna far entrare intere leve giovanili e affidare loro uffici progetti e uffici sviluppo. Questo modello diverso di lavoro rispetto allo schema burocratico tradizionale si vede oggi non tanto nelle istituzioni e ancora poco nelle aziende, ma molto di più in alcune associazioni, in gruppi o movimenti, in alcune agenzie del terzo settore: il modo di lavorare e di agire è completamente diverso, più orizzontale, esiste una diversa circolazione dei saperi e si sentono molto meno le gerarchie, c’è una diversa apertura alla sperimentazione, si lavora davvero in inglese, si lavora quasi sempre con altri dentro reti e parternariati.

Secondo lei questo fenomeno di “congiura” nei confronti dei giovani è tipicamente italiano o è particolarmente forte in Italia?
Credo che in Italia sia più forte che altrove, perché è particolarmente iniquo il sistema di opportunità, lo dimostra l’elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile, lo sa bene chi a 20 o 30 anni cerca credito o cerca casa.

E perché questo avviene?
Forse perché il nostro è un paese più statico e lento, più conservatore e gerontocratico, forse anche culturalmente fobico rispetto al cambiamento. I giovani lo sentono, in molti hanno oggi il dubbio se tocca loro partire perché qui non c’è spazio per loro.

Per tornare ai Colloqui di Dobbiaco 2014 “Educazione per l’era solare”, dove l’aspettiamo come relatore: chi deve imparare, i vecchi o i giovani? E che cosa?
A me sembra che questa di oggi – la crisi, l’inevitabilità del cambiamento, la necessità di ripensare cose fondamentali come le regole della democrazia e il funzionamento della scuola – sia una fantastica occasione per mettersi insieme fra generazioni, per tornare tutti ad imparare, ponendoci senza distinzioni di età come ricercatori e come esploratori, perché nessuno sa quello che accadrà domani. I giovani hanno già questa sensazione, sanno di non sapere ma di dover scegliere, di essere costretti in qualche modo alla ricerca. La sfida, quindi, è un nuovo patto fra le generazioni, per un’esplorazione del presente e del futuro.

Però lei dice che i giovani sono leggermente avvantaggiati per il fatto che, come Socrate, sanno di non sapere mentre i vecchi vivono nell’illusione di sapere…
Sì nel senso che a me pare che sia onesto da parte nostra, che siamo gli adulti, affidare a loro la torcia per illuminare. Hanno un’agilità mentale e un’energia diversa, si trovano biograficamente in un’età che li rende più forti e più disponibili (per es perché non hanno ancora una famiglia a carico). È proprio sensato e logico che siano loro a guidare gli uffici di ricerca delle aziende e quelli di sviluppo delle istituzioni.

Quale potrebbe essere i ruolo degli adulti di una certa età in questo nuovo patto fra le generazioni?
Io credo che in questo nuovo patto bisogna cercare di capire bene ciascuno di noi cosa può fare. A me sembra che la sperimentazione e la ricerca, che rappresentano l’unico modo di vivere un presente dal quale nessuno è in grado di prevedere con certezza cosa succederà fra pochi anni, possano trovare nei giovani gli “scienziati sociali” chiamati a costruire le cose di domani, mentre adulti e anziani – forse biologicamente meno creativi, curiosi, inventivi – possono presidiare il metodo, incaricati non del “cosa” ma del “come”. Esiste una tradizione di saperi che è ancora valida e che si può mettere a disposizione dei più giovani, perché più ingenui rispetto alle fonti, meno abili nel discernere fra i risultati di un motore di ricerca, ma più veloci a connettere, costruire, inventare.

*Stefano Laffi è laureato in economia politica presso l’Università Bocconi e dottorato in sociologia presso l’Università Statale, ha insegnato sociologia urbana presso l’Università Bicocca e il Politecnico di Milano, e ha curato corsi e seminari presso l’Università Cattolica di Milano e diverse Scuole superiori per le professioni sociali in Italia e in Svizzera. Oggi svolge stabilmente l’attività di ricercatore presso l’agenzia di ricerca sociale Codici di Milano (www.codiciricerche.it), che ha cofondato nel 2005. Collabora per alcune riviste (Lo Straniero, Gli asini), ha lavorato anche per Rai e Radiopopolare, per il Ministero delle Politiche giovanili e quello del Welfare, per diverse Aziende Sanitarie. Ha pubblicato diversi volumi. Nel 2014 è uscito per Feltrinelli “La congiura contro  i giovani – crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni”.