Uscire dall’emergenza climatica globale | Intervista con Graeme Maxton

Graeme Maxton è un economista britannico. Dal 2014 al 2018 è stato segretario generale del Club di Roma. Ha pubblicato diversi libri, di cui “The End of Progress” del 2011 è arrivato nella versione tedesca sulla bestseller list del settimanale Der Spiegel. Nel 2016 ha pubblicato insieme a Jørgen Randers il Rapporto al Club di Roma “Reinventing Prosperity”.

D: Il suo contributo di apertura ai Colloqui di Dobbiaco di quest’anno è intitolato “Emergenza climatica: scenari per possibili vie di fuga”. Il cambiamento climatico ha raggiunto le dimensioni di un’emergenza? Tutto quello che possiamo fare è fuggire?

GM: Non parliamo di “vie di fuga” nel senso che dobbiamo scappare. Non si può scappare dai cambiamenti climatici. Abbiamo un solo clima. Piuttosto dobbiamo trovare vie d’uscita che ci portano in una situazione più sicura. Ci sono due modi di fare ciò. Si può fare niente, cosa che stiamo facendo oggi, accettando le conseguenze del cambiamento climatico o ci rendiamo conto che dobbiamo fare una svolta radicale nel modo in cui viviamo per ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera. Però è troppo tardi per mezze misure, occorrono azioni forti e radicali per fermare i cambiamenti climatici.

D: In “Change! Perché abbiamo bisogno di una svolta radicale”, lei ha scritto due anni fa, “Mentre la maggior parte delle persone non ne è consapevole, l’umanità è nel mezzo di una grande crisi”. Possiamo dire che nel frattempo si è avviato un processo di consapevolezza della crisi climatica come minaccia principale della nostra epoca?

GM: Sicuramente in Europa la gente si rende più conto dell’urgenza e delle dimensioni del problema. Senza dubbio Greta Thumberg, Fridays for Future ed Extinction Ribellion hanno avuto un ruolo in ciò. Abbiamo però anche visto una reazione più forte dall’altro lato, da coloro che sono contrari a qualsiasi cambiamento e che negano il cambiamento climatico. Anche loro escono in modo più forte e questo si vede per esempio nell’ostilità scatenata con cui questi ragazzi vengono insultati. Ma una volta che si esce dall’Europa per rivolgere lo sguardo sull’Australia, la Cina o l’India ci rendiamo conto che la maggioranza delle persone in questi paesi – per quanto un’affermazione generica – non ha idea delle dimensioni della sfida o addirittura non ha presente che il problema esiste. Quindi c’è una piccola parte del mondo che capisce la svolta necessaria, ma questo non basta.

D: Il cambiamento climatico è inarrestabile, quindi secondo lei si può solo gestire al meglio possibile il circuito di feedback negativo per evitare di perdere il controllo. Ciò significa che dobbiamo fare sacrifici e accettare il deterioramento delle nostre condizioni di vita. Il Green New Deal sembra molto più pieno di speranza. Non ci salveremo senza sacrifici e rinunce?

GM: Certo, ma il Green New Deal non è realistico. Il problema è che tutti vogliono trovare una soluzione semplice, con meno cambiamenti possibili, per poter grosso modo continuare a fare come abbiamo sempre fatto, continuare a bruciare carburanti fossili in una società che continua produrre e consumare come quella di oggi. Più tempo passa con questa ricerca per una risposta semplice più la situazione diventa critica. La soluzione semplice che ci permetterebbe di vivere la vita di oggi non esiste perché stiamo calpestando i limiti della natura. Non esistono alternative a una riduzione drastica del nostro consumo di energia e materie prime. Però questo non significa che la vita sarà più primitiva, più dura, meno accettabile. Non esiste nessuna necessità in questo senso. Parliamo di una questione di valori; del valore che attribuiamo allo stare insieme, stare in famiglia, al vivere insieme, fare sport, praticare la nostra fede, la svolta verso un apprezzamento di attività non materiali. Se non cambieranno gli standard della nostra vita non esiste possibilità di andare avanti.

D: Il Green New Deal quindi non ha una chance?

GM: Il Green New Deal è un buon modo per far capire alla gente che dobbiamo cambiare, però l’idea, come mi sembra ha già detto Greta Thumberg, che potrebbe essere sufficiente arrivare a net-zero emissions in 2050 è ridicolamente inadeguata. Sarà decisamente troppo tardi, nel 2050 dovremo avere emissioni zero, non net-zero. Questo discorso di compensare in qualche modo con l’acquisto di carbon credits o la piantumazione di alberi evita la necessità assoluta di fermare la combustione dei carburanti fossili più velocemente possibile. Il mio obiettivo sarebbe: emissioni zero entro 2030. Poi abbiamo una buona chance di sopravvivere e avere un futuro. Il 2050 è troppo tardi.

D: Per la grande trasformazione che lei ha in mente, quali potrebbero essere le forze propellenti, chi sono i soggetti di questo processo epocale? Aggiungendo subito un’altra domanda: eventi catastrofici potrebbero avere un ruolo nello spingere in avanti il processo di presa di coscienza?

GM: Quando le possibili grandi catastrofi climatiche dovessero aprire gli occhi a molta gente sul carattere della crisi sarà troppo tardi a causa di sfasamenti nel sistema climatico e processi di feedback negativo. Quando una grande maggioranza si sarà convinta che i cambiamenti climatici sono un problema serio ed esistenziale, sarà troppo tardi. Quindi un modo di procedere sarà di mettere insieme i gruppi che comprendono il problema per fare il pressing sui governi rappresentativi, forse attraverso assemblee civiche. Perché dobbiamo anche comprendere e accettare che il sistema democratico è una parte importante del problema. Convincere una maggioranza di persone che dobbiamo cambiare e che questi cambiamenti saranno al loro sfavore, è quasi impossibile. Ci vuole quindi qualche forma di regolamenti d’emergenza, sospendendo la democrazia. Certo, in un primo momento sembra angosciante, però è quello che è successo in Austria nel 2019, quando il governo rappresentativo è stato sostituito da un governo tecnico che ha funzionato alla grande. Quando si tratta di adottare misure necessarie per salvare tutti noi questo mi sembra un buon modo di andare avanti. Sarò molto difficile farlo nel sistema esistente. Guardiamo la situazione attuale con il Coronavirus. I governi sospendono le procedure normali per prendere misure di emergenza. Questo a me sembra un esempio molto positivo anche se arriva in un momento molto difficile.

D: Lei ha anticipato la mia ultima domanda. Il Coronavirus non è legato ai cambiamenti climatici, però si potrebbe dire che la crisi che stanno vivendo Cina, Corea del Sud, Italia e sempre di più il resto del mondo ci dà un’idea di come immaginare l’emergenza climatica e di come reagire. Stiamo di fronte a un tipo di stress test?

GM: Dimostra in positivo che si può mettere i freni sul sistema economico se si manifesta la necessità. Si può impedire alla gente di volare, si possono fermare delle industrie, si possono prendere delle misure drastiche in poco tempo. Il problema che si manifesterà nei prossimi mesi sarà che le forze che spingono per mantenere la dinamica economica convenzionale diventeranno più forti per paura di un collasso economico. Su un lato siamo di fronte a un segnale molto positivo, vale a dire che questi cambiamenti radicali sono fattibili, quello che manca è una pianificazione consapevole, di ragionare in modo dettagliato sulle conseguenze economiche in modo che le persone, il loro denaro e beni, rimangono sicuri e non soffrano, né di salute, né economicamente. Ci vogliono gli aiuti alla gente per questa transizione. Temo che le misure radicali a causa di questo virus causeranno dolori economici, che si potrebbero evitare.

D: Quindi lei è convinto che in situazioni catastrofiche come quella che stiamo vivendo sarebbe possibile trovare soluzioni efficienti sulla base di un’analisi approfondita? La mia impressione invece sarebbe che aumentino le situazioni che per ragioni sistemiche e non per mancanza di dati sono imprevedibili nel loro andamento. Lei sembra più ottimista.

GM: Non ho detto che sono più ottimista. Non sono ottimista. Però rimango convinto che dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili di analizzare la situazione fino in fondo. Dobbiamo imboccare questa strada. Ammetterei subito che stiamo di fronte a una situazione estremamente difficile, forse anche impossibile, perché il numero di variabili è molto alto, e le conseguenze sono così difficili da anticipare. Ma non vedo nessun’altra opzione. Sarebbe molto stupido provare di attuare i cambiamenti necessari senza una profonda analisi delle conseguenze. Abbiamo il dovere almeno di provare anche se non siamo in grado di anticipare tutti i sviluppi in modo preciso. Ci vogliono le persone con le giuste competenze, la giusta visione nei posti giusti – e a quel punto abbiamo una chance. Ma alla fine non esiste un’alternativa. O proviamo con le misure necessarie pur con errori inevitabili andando avanti, o ci troveremo di fronte a una crisi più grande.

D: Dove troviamo le persone con le competenze giuste? Chi sceglie? Con quale autorità? Il regno degli esperti sicuramente incontrerebbe grandi resistenze, come già adesso la richiesta di Fridays for Future “ascoltate la scienza”. Si oppongono gli interessi particolare dell’industria pesante, ma esiste anche un disagio diffuso di fronte a questa visione di bypassare le procedure democratiche, cosa che lei sembra di favorire? Mentre lei sembra essere convinto che ci sono le persone giuste che dovrebbero essere messe nella posizione di attuare la loro visione bypassando le procedure democratiche che sono solo ostacoli per risposte all’altezza del problema. Possiamo dire così?

GM: Infatti, vorrei ricordare l’esempio incoraggiante dell’Austria, dove sono state individuate delle persone competenti per governare il paese. Esistono delle persone che hanno una buona comprensione scientifica della situazione climatica, esistono esperti degli sviluppi sociali, c’è gente che ha una buona comprensione delle relazioni internazionali e c’è tanta gente che vuole trovare una soluzione lungimirante per un problema molto difficile e non sono interessati nel potere come tale ma vogliono fare la cosa giusta per l’umanità. La situazione che abbiamo visto in passato era tante persone di buona volontà nel movimento verde che cercava delle soluzioni che non avrebbero irritato nessuno, senza riuscire negli ultimi 50 anni di arrivare ai cambiamenti necessari. Abbiamo quindi bisogno di nuove idee, di un nuovo modo di pensare e forse in alcune situazioni di metodi meno diplomatici. Si tratta di un’emergenza, non di un transito dolce e facile. Stiamo parlando quasi di una situazione di guerra e abbiamo bisogno di leadership, di persone forti che comprendono che cosa è il meglio per l’umanità, e sfortunatamente questo non è la maggioranza. Il nostro sistema educativo non ha creato una maggioranza di persone che comprendono a che punto siamo.

Quello che ci blocca è che la nostra società decide di non cambiare. Si tratta di una decisione cosciente di non cambiare. Conosciamo i problemi come anche le conseguenze e prendiamo la decisione di non cambiare. Perché? Perché stiamo fermi nel presente in questo sistema di materialismo e crescita. Il sistema economico ci ha fatto il lavaggio del cervello che questo è quello che noi vogliamo. Rimaniamo immobilizzati in questo sistema perché il sistema democratico ci ha tradito. Non è riuscito ad attuare l’interesse a lungo termine della maggioranza delle persone. Sono due istituzioni di base che stanno fallendo, il sistema economico e il sistema democratico. Ci troviamo un po’ come la gente nel ‘400 prima dell’Illuminismo quando la grande maggioranza credeva alla bibbia nel senso letterale e condivideva molte idee fondamentalmente sbagliate. La soluzione deve essere cercata lì, nel cercare di convincere le persone che quello che credono è sbagliato. Questo è molto difficile e prenderà qualche tempo, ma certamente è una parte importante per trovare una strada in avanti?

D: Un nuovo illuminismo?

GM: Esattamente! Per me ci sono due passi; il primo sarebbe di fermare i danni, il secondo è di lavorare per un nuovo illuminismo. Prima dobbiamo fermare i gas serra nell’atmosfera che porteranno a una crisi esistenziale e poi dobbiamo pensare del futuro.

L’intervista è di Karl-Ludwig Schibel